LUPO RODRIGO A VERSAILLES 014

Chi è il Lupo? Eccolo in una recente foto nei giardini di Versailles. Basta vedere la faccia, la carrozzina, la mano destra pronta allo scatto e la risposta è infallibile: Lupo Rodrigo, l’accanito sostenitore della nascita della Polisportiva don Gnocchi (come si chiamava alle origini la Gioco), il campione di tennis da tavolo degli albori della Polisportiva, l’atleta in pista, l’organizzatore infaticabile. Dopo tanti anni, quando i nostri ricordi lo immaginavano ancora a Torino, ecco che si fa vivo dalla Francia con una e-mail: ha scoperto il nostro sito. Gli rispondo e comincia una fitta corrispondenza. In vista di un libro nel quale gli dedicherò un capitolo, gli chiedo di mandarmi a puntate le sue memorie. Lui sta al gioco e mi inonda con il suo italiano zavorrato di francese, che mi diverto a proporre filtrato ai lettori. Nasce così IL DIARIO DEL LUPO, che pubblicherò a puntate seguendo il ritmo delle ondate che mi arrivano d’oltr’Alpe. I suoi compagni e amici di una volta rivivranno memorie assopite, i nuovi ne trarranno le conoscenze del cammino storico che ha portato la Gioco a essere quello che è oggi.

 Prima puntata

Ciao Antonio, vedo che ti sei informato sulla mia vita e infatti abito in una piccola città chiamata Maubeuge… Ho una sola figlia che oggi ha 21 anni ed è all’università di Lille (100 km da casa mia). Dopo la bellissima esperienza a Parma la mia vita professionale è stata quella d’avere delle responsabilità associative. Dove sono passato ho creato qualcosa sui temi dell’handicap fisico e, una volta che tutto era bene avviato, via un altro progetto. Eh sì: la mia vita è così, ho sempre bisogno di nuovi progetti. Non ultimo quest’anno: ho creato una nuova associazione per occuparsi esclusivamente di barriere architettoniche (qui in Francia abbiamo molti aiuti alla persona, ma per l’integrazione sociale sono in ritardo), dopo avere occupato per 15 anni la responsabilità locale d’una grande Associazione Nazionale come l’Association des Paralysèes de France (APF). Ho lasciato l’incarico, perchè diventava troppo complicato per me seguire tutto e le decisioni vogliono tempi lunghi. Qui ho creato qualcosa d’autonomo e locale. Ho visto nella fotografia che mi hai mandato gli 89 anni di Fratel Felic. Mi fa piacere rivederlo in foto. Mi dici che stai scrivendo un libro. Penso un giorno di scrivere la mia storia e tutte le esperienze vissute partendo da Parma: lo Sport disabili, la gestione (avevo solo 14 anni) della sala di musica e della sala giochi, dove è partita la fantastica idea di creare la Polisportiva per confrontarci con i «ROMANI». Se vai a vedere la pagina del mio FACEBOOK vedrai la foto che ho messo (presa dal sito della Polisportiva) dove giocavo al tennis tavolo pur avendo il busto ingessato dopo l’intervento chirurgico. Mi piacerebbe venire a Parma (ci penso spesso e la voglia è tanta) con mia figlia e rivedere gli «anziani» e «vecchi» amici e rivivere la storia passata…

Il 5 novembre il Lupo scrive:

Salve Antonio, eccoti del nuovo materiale letterario (italo-francese). Ho letto ciò che hai messo sul SITO della Polisportiva GIOCO e sono onorato di avere un posto così importante. Spero potere contribuire alla storia della Polisportiva. Grazie mille a tutti voi. Rodrigo

Lettori internauti, non perdetevi le prossime puntate!

Seconda puntata 

Un giorno ti racconterò la vera storia della creazione della Polisportiva. Eravamo in tre, io e i due romani che sono venuti nell’81 a Parma: Pasquale e Nicola. Racconterò come ho fatto a convincere fratel Antonio e la Direzione, come ho convinto Titti, il proprietario del bar, a essere il primo presidente, come siamo riusciti a vincere lo scudetto a Bari battendo per la prima volta i romani, le trasferte alla CECCHIGNOLA a Roma… Anche se il mio nome non è scritto negli anni seguenti, sono l’ideatore della nascita della Polisportiva (lavoro molto nell’ombra e con modestia, ma molti sapevano che c’era Rodrigo dietro l’organizzazione); tutti insieme siamo riusciti a costruire una cosa che sembrava impossibile e ne sono veramente più che orgoglioso. È stata la mia prima esperienza associativa, che non dimenticherò mai, seguita da una serie di altre esperienze. Sono arrivato in Francia nel ‘97 per raggiungere la mia ex moglie e soprattutto mia figlia. Ho trasferito in Francia la mia personalità e le mie esperienze. Ho avuto molte porte aperte. Debbo tutto a Parma, a Fratel Felice, a Fratel Antonio e agli altri che si sono fidati di un giovane (Lupo solitario) di soli 15 anni! Scrivo tutto ciò con emozione (raro in me, è forse l’età che avanza). Insisto che verrò a Parma e perché no? quando ci sarà l’Assemblea Generale, se sono invitato, evidentemente. Non voglio onori (non mi piace tutto ciò), semplice riconoscenza e sapere che tutto ciò esiste ancora grazie alla vostra forza, al coraggio e all’abnegazione. Perché non fare un gemellaggio in Francia con l’associazione che presiedo? Mi occuperò di fare le domande di finanziamento. AFFAIRE À SUIVRE (come si dice in Francia).

Terza puntata

Come si dice in Francia “ON COMMENCE DU COMMENCEMENT” = INIZIAMO DALL’ INIZIO. Probabilmente questo esercizio di scrivere potrebbe essere utile e di stimolo per scrivere (un giorno) la mia storia. Ti scriverò un po’ alla volta, come se rispondessi a una intervista fattami. Per la lingua italiana corretta conto sulla tua esperienza, in quanto io faccio un pochino di confusione tra il francese e l’italiano. Come tu sai bene, ognuno di noi ha la propria storia da raccontare con il proprio vissuto e questa è la mia storia, che accetto di raccontarti anche se farò del mio meglio per mettere le cose nel giusto ordine senza dimenticare i fatti più importanti.

Il mio arrivo a Parma e l’ambientazione nel Centro

Ricordo innanzitutto l’anno che sono arrivato al Don Gnocchi di Parma, il 1976/77, quando avevo 14/15 anni, venivo dal Don Gnocchi di Marina di Massa, da dove siamo dovuti partire da un giorno all’altro senza sapere dove andavamo. Ricordo che a Marina di Massa in estate venivano altri ragazzi e ragazze da altri Centri per passare le vacanze. Un giorno ci dissero che, vista la nostra età, avendo terminato le scuole medie, dovevamo cambiare Centro per fare gli studi e altre cose. Sinceramente ero molto dispiaciuto di lasciare il bel posto e i bei ricordi, ma capii che con l’età che avanzava qualcosa di più interessante mi aspettava: avevo 14 anni, non ci sono mai più tornato. Penso che siamo stati l’ultima generazione di giovani disabili arrivati a Parma prima della riforma nel 1981, quando i Centri venivano chiusi con la scusa dell’integrazione sociale. Nell’esperienza parmense ho scoperto un ambiente molto più libero e interessante dal punto di vista culturale ed educativo; ciò mi ha fatto diventare autonomo e stimolato ad assumere le prime responsabilità sportive. Per essere sincero non è stato semplice integrarsi con i più grandi del Don Gnocchi. Se ricordo bene eravamo più di un centinaio. Comunque debbo onorare la responsabilità dei Fratelli laici che hanno fatto di tutto per facilitarci l’integrazione nelle diverse attività scolastiche, di gioco ed educative. La scuola superiore esterna al Don Gnocchi non l’avevo proprio scelta, ma piuttosto è stata imposta dai responsabili del Centro (anche ad altri come a me), visto che da dove venivo l’istruzione scolastica di base non era proprio eccellente. Poco importa sulla scelta scolastica, in quanto non potevo rendermi conto, ma ero comunque contento di andare alla scuola superiore e conoscere altra gente della mia età. Non nego il fatto che dal punto di vista scolastico ho cominciato a mettermi seriamente a studiare per imparare all’ètà di 14 anni, applicandomi a scuola e soprattutto studiando al doposcuola al Don Gnocchi con l’aiuto di una persona che veniva ad aiutarci a fare i compiti.

Una giornata tipica per me era: mattina a scuola sino alle 13.00; pranzo e gioco sino alle 14.30; compiti sino a 16.30; merenda e gioco sino alle 19.30 per la cena, per poi ripartire a giocare. Come si può constatare la mia giovinezza era principalmente scuola e sala da gioco senza mai uscire. Si poteva andare fuori al bar, ma all’inizio non mi interessava. Diciamo che ero contento e felice così, nulla mi mancava e non avevo bisogno di più di ciò che mi offrivano al Centro.

Per tornare al gioco, ricordo che quando sono arrivato a Parma vedevo gli altri entrare e uscire da una sala impugnando in una mano un attrezzo di legno con un manico e una paletta circolare in alto e con una pallina nell’altra mano. Non sapevo a cosa servisse, ma la curiosità di entrare nella stanza era forte e quasi tutti i giorni ero non lontano dalla porta per cercare di capire cosa ci fosse. Non avevo diritto di entrare nella stanza in quanto troppo giovane, fino che un giorno qualcuno (non ricordo chi) ha accettato che entrassi.

Una volta entrato nella stanza sentivo il rumore della pallina che passava da un lato all’altro di una grande tavola con in mezzo una piccola rete che divideva in due. Sono rimasto fortemente incantato da tutto ciò. A partire da quel giorno e per 30 anni non ho più perso di vista né la racchetta né la pallina!

L’anno seguente, frequentando la stanza da gioco (tennis tavolo, calcetto e altro) quotidianamente e vedendo il materiale sempre a terra e non tenuto bene, ricordo che andai (15/16 anni) in Direzione proponendomi come responsabile della sala giochi, chiedendo un armadio, un lucchetto a degli orari d’apertura ben precisi. La risposta positiva è stata immediata. È importante sapere che moltissimi giovani passavano le loro giornate, dopo la scuola, a uscire per andare al bar o fare un giro e pochi erano gli interessati alla sala da gioco a meno che non facesse veramente freddo.

Nel giro di un anno sono riuscito ad attirare sempre più giovani ai giochi con l’organizzazione dei tornei di ping-pong, scacchi, calcetto. Il prestigio di vincere e battere i migliori mi stimolava sempre di più. Evidentemente, non uscendo mai passavo delle ore a giocare a tennis tavolo sino a diventare uno dei più forti. Visto il successo e la buona gestione del materiale, la Direzione ci ha concesso di avere altri giochi e nuove racchette .

Grazie alla buona gestione della sala giochi e alla fiducia accordatami dal Centro ho potuto fare piccoli lavori nel Don Gnocchi, come tenere il centralino e il servizio di portineria. Un ricordo speciale è quello d’un momento sportivo del 1982 : CAMPIONI DEL MONDO DI CALCIO! Ero davanti alla televisione con altri amici assicurando nello stesso tempo la presenza alla portineria. Senza dimenticare che avevo il gesso al seguito della operazione di scoliosi nel 1981 al Rizzoli di Bologna. Come se non mi bastasse ho avuto anche la responsabilità della sala di musica. Ricordo che bisognava passare per una votazione e grazie ai voti delle ragazze ebbi la responsabilità. Quanti dischi sono stati comprati sulla proposta dei frequentatori. La responsabilità della sala di musica l’ho tenuta per 2 anni, poi ho lasciato ad altri per concentrarmi sullo sport. In seguito entrerò nei dettagli della creazione della Polisportiva.

Quarta puntata

 Come è nata l’idea della Polisportiva Don Gnocchi di Parma

Nel Centro le attività sportive erano diverse, ma gira e rigira eravamo sempre gli stessi. Non dico che ci annoiavamo, al contrario, diciamo che la monotonia si era bene istallata senza rendercene conto. Un giorno al Don Gnocchi arrivarono 2 giovani : Nicola Perrotta e Pasquale Ticca, dal Don Orione di ROMA (1983). I due ragazzi giocavano bene al tennis tavolo; ci parlarono delle competizioni sportive per disabili che praticavano a Roma, soprattutto contro il Santa Lucia nel basket, tennis tavolo, atletica. Inutile raccontarvi che per me è stato un colpo di fulmine, una gioia immensa sapere che avremmo potuto confrontarci sportivamente con altre persone. Un’idea geniale da non perdere. 

Convinto che la possibilità di confrontarci sportivamente con altri disabili era un’idea maiuscola, appoggiato dai compagni, proposi alla Direzione la creazione d’una Associazione Sportiva nel Centro, assicurando che me ne sarei occupato personalmente con l’aiuto degli altri ragazzi.  L’argomento principale per cercare di convincerli è stato il fatto che giocavamo sempre e solo tra di noi e che questa era la buona occasione sportiva di una nuova apertura e di nuovi impegni gratificanti uniti allo studio. Sul momento ebbi paura che non volessero lanciarsi sul progetto innovativo. Mi ascoltarono e si presero qualche giorno di riflessione prima di darmi una risposta definitiva. Penso che la Direzione abbia voluto assumere maggiori informazioni sullo sport disabili. Provate a immaginare che dei giovani come noi (16/20 anni) volevano semplicemente scoprire qualcosa di diverso al di fuori del Don Gnocchi, lontano dalla città, attraverso lo sport: spiegabile la prudenza della Direzione di fronte al nostro entusiasmo adolescenziale. Sapevo che bisognava tentare il tutto, in quanto la nostra motivazione era forte, quindi dovevamo batterci per convincere i responsabili del Centro. La risposta della Direzione non ha tardato. Volevano saperne un po’ di più sulle nostre intenzioni. Chiesi di darci giorno per mettere insieme i pezzi del puzzle e poi fare delle proposte concrete.

Quinta puntata

La scelta dei primi dirigenti

Sapevo che la mia candidatura alla presidenza della nascente Polisportiva non sarebbe stata accettata. Nonostante la giovane età e l’inesperienza volevamo assolutamente riuscire a realizzare qualcosa che ci attirava e ci sembrava molto bella (volere è potere, direbbe qualcuno). Ne avevamo parlato insieme a lungo. Sin dalla giovane età volevo fare le cose a modo mio, sapendo dove volevo arrivare. L’esperienza personale sulla gestione della sala giochi e l’organizzazione dei primi tornei interni (scacchi, dama, calcetto, tennis tavolo) mi hanno dato esperienza, scoprendo di avere delle capacità nella realizzazione. Dopo qualche giorno di discussioni, pensieri e ipotesi ebbi un’idea. Mi sono detto: «Non vorranno me come responsabile principale? D’accordo, vado là dove la maggioranza dei giovani disabili passa il tempo libero, chiedendo ad una persona ben conosciuta di accettare la Presidenza della Polisportiva, assicurandogli che farò tutto il lavoro al suo posto e quindi gli resterà solo l’incombenza di essere presente nei momenti più importanti ». Questa persona è il gestore del bar di strada Repubblica, angolo piazzale S. Sepolcro, non lontano dal Centro, un uomo molto cordiale, comprensivo, sportivo, con i suoi baffetti simpatici: Ernesto Rosi, meglio noto come Titti. Era consuetudine per la più parte dei giovani disabili ritrovarsi quasi tutti i giorni, dopo il dovere scolastico, al bar di Titti per fare altre conoscenze, soprattutto  con coetanei fuori dal Centro. Come poter dimenticare un certo «PUPO» (non omonimo del cantante, ma di grande somiglianza) che aveva le ragazzine ai suoi piedi suscitando l’invidia dei maschi? (Prego, sorridete). Per tornare a Titti, inutile dire che, dopo avergli proposto la presidenza della Polisportiva, l’abbiamo messo in serio imbarazzo per la novità della proposta e per l’impegno che si sarebbe aggiunto al lavoro quotidiano e ai carichi familiari. Come fare allora per convincerlo? Tutto poteva essere perso con un semplice NO? Sinceramente, non avendo altra scelta, ho insistito su due punti: 1) il fatto che era conosciuto e che tutti avevano fiducia in lui; 2) sul fatto di fidarsi della mia persona e che avrei fatto di tutto per non mettere in difficoltà la sua persona e il suo bar e che poteva guadagnarci in stima e riconoscenza personale, facendogli capire che era la mia unica possibilità. A raccontarlo così sembra semplice, ma sappiate che per me sono stati momenti difficili e perciò memorabili. Non so perché e non so come, alla fine ha accettato la candidatura della presidenza, pur non essendo molto convinto della riuscita. Vi assicuro che neanche io ero certo della riuscita della Polisportiva, ma il fatto di crederci e più forte di qualsiasi altra cosa. Ho passato molto più tempo a spiegare agli altri di darmi fiducia nel progetto che averla io stesso questa fiducia in me. Penso veramente che questa forza di convinzione verso gli altri sia stato il segreto della nostra riuscita.

Dopo questa fase sono ripartito a incontrare la Direzione e spiegare più in dettaglio il progetto: ho avuto carta bianca. A ripensarci oggi e scrivendolo mi dico: che coraggio hanno avuto a fidarsi di un gruppo di giovani incoscienti ma con la giusta motivazione! Non ho mai dimenticato questo atto di fiducia verso di me e gli altri e serbo un’immensa stima e gratitudine per quelle persone.

Sesta puntata

 La prima riunione costitutiva e le prime discipline sportive

Dopo tutto il lavoro effettuato per convincere gli uni e gli altri non potevamo sicuramente tornare indietro e abbandonare l’idea (personalmente non ho mai pensato un solo istante di abbandonare il progetto della creazione della Polisportiva) e quindi ci siamo messi al lavoro amministrativamente per creare l’associazione e fare l’assemblea generale costitutiva (non ricordo la data)(fine 1982; la data ufficiale di Costituzione è il 3 gennaio 1983 – ndr). Ricordo che non eravamo in molti quel giorno. La Direzione pretese di avere dei rappresentanti in seno al Consiglio. Questo ci spaventò: temevamo che in seguito l’autorità avrebbe potuto vanificare il progetto. Ma comprendemmo che l’appoggio del Centro era indispensabile, almeno agli inizi; da parte nostra fummo determinati nel perseguire l’obiettivo principale: che tutti potessero praticare le discipline sportive a loro scelta senza alcuna discriminazione, esclusione o abuso di potere. Sapevamo che se fosse stato necessario e utile per il bene della comunità la Direzione avrebbe potuto riprendere il controllo; il fatto di rendere conto alla Direzione, ricevendone in cambio sostegno e fiducia, ci faceva sentire protetti e controllati allo stesso tempo, ma era evidente che sarebbe stato il giusto equilibrio per la partenza del progetto.

Due sono state le discipline sportive iniziali ad occuparci: il Tennis Tavolo e l’Altetica Leggera con le diverse discipline.(Rodrigo ha dimenticato il Nuoto – ndr)

Tutto è stato creato e iniziato nel modo più semplice e naturale possibile, fissando degli orari per gli allenamenti. Personalmente mi occupavo del Tennis Tavolo e qualche fisioterapista dell’Atletica Leggera… Tutti sapevano che dietro a tutto ciò vi era Rodrigo LUPO e non ho mai creato ostacoli di partecipazione a nessuno, al contrario; in compenso ci tenevo ad una certa disciplina organizzativa d’allenamento e di partecipazione alle gare sportive. Eravamo tutti contenti e felici d’avere realizzato la creazione della associazione chiamata POLISPORTIVA DON GNOCCHI DI PARMA, senza sapere dove andavamo, ma volevamo semplicemente confrontarci sportivamente con altri disabili.

Questo è stato il più grande regalo della mia adolescenza; sul momento non me ne resi conto, ma in seguito l’ho potuto apprezzare enormemente. Offrire qualcosa d’incredibile ed inimmaginabile per noi tutti è una gioia immensa che non riesco neanche a spiegare con poche parole. All’inizio eravamo in pochi a credere al progetto, ma poi quando cominciarono le trasferte e i viaggi gratuiti vi lascio immaginare le domande d’iscrizione che cadevano come le molliche del pane. A tutto ciò bisogna aggiungere che avevamo avuto per ogni atleta una tuta e il borsone con il materiale.

Evidentemente, in accordo con il Presidente e il responsabile sportivo, per avere diritto a tutto ciò la condizione per lo sportivo era di partecipare assiduamente agli allenamenti.

Credetemi che controllavo personalmente, con discrezione e intelligenza, chi aveva meritato o no la trasferta con il materiale sportivo. In 2 anni di gestione non c’è mai stata nessuna polemica e abbiamo difeso i colori del Don Gnocchi vincendo il Campionato Italiano di Tennis Tavolo alla Cecchignola a Roma. Ma il ricordo sportivo più bello, incredibile, inimmaginabile è stata la vittoria dello scudetto d’atletica leggera allo stadio di Bari, battendo i Romani per la prima volta. Infatti la Polisportiva è stata la prima associazione sportiva a esportare lo scudetto tricolore di atletica che apparteneva alla città Eterna… (Coppa e scudetto furono vinti a Bareggio – MI – nel 1984; l’enorme e pesante coppa dorata troneggia ancora luccicante nella sede della Polisportiva – ndr)

Settima puntata

 Operazione di scoliosi al Rizzoli di Bologna e passaggio di adolescenza

Senza entrare troppo nei particolari, all’età di 18 anni ho deciso di farmi operare la schiena per necessità fisiche e di salute, per evitare di perdere un rene più tardi, vista la posizione della colonna vertebrale. Operazioni fatte al Rizzoli di Bologna. Dico operazioni in quanto ne subii 3 e una doveva essere rifatta per ragioni mediche.

Ho passato 3 anni, da 18 a 21, ingessato dalla schiena alla gamba, guardando e ammirando i soffitti e i pavimenti dell’ospedale e del Don Gnocchi. A Parma ebbi une barella con grandi ruote davanti che mi permettevano d’andare dappertutto con il gesso.

Io, come certi altri ragazzi e ragazze disabili del mio periodo, non ho vissuto l’adolescenza come può vivere un giovane non disabile, ma non posso dire d’essere stato infelice in quando ho avuto la fortuna (nella sfortuna fisica) d’essere ben seguito dal punto di vista medico e sociale . Come si usa dire: “come avere la nostalgia di una cosa mai avuta?” Quindi nel mio piccolo mondo ero comunque felice e contento in quanto potevo occupare la mia mente e il mio tempo a fare le attività nel Centro. La prova è ciò che ho appena scritto.

Le mie occupazioni mi facevano mettere da parte le difficoltà fisiche e morali quotidiane. Non ho avuto la fortuna di avere una famiglia che poteva venire a rendermi visita spesso, ma poco importava in quanto ero abituato alla loro assenza. Le rare volte che andavo in famiglia non vedevo l’ora di ritornare nel Centro o collegio come lo chiamavamo, per essere me stesso senza essere chiuso in casa.

Spesso mi chiedo che cosa avrei potuto fare di meglio in quei momenti della mia vita se non avessi subito il grande intervento alla schiena. Mi dico che il destino ha voluto che sia così e che ho saputo adattarmi alla situazione, sapendo che già in giovane età avevo un forte carattere che non passava inosservato. Bisogna sapere che quando ci si trova davanti una situazione come quella che ho vissuto da adolescente dove o accettavi tutto senza niente dire o ti ribellavi facendoti rispettare, ho deciso piuttosto la seconda scelta, non senza paura di scontrarmi con i più anziani del Centro. Gli educatori erano all’ascolto di tutti noi ed hanno saputo essere giusti per insegnarci il meglio delle cose lasciandoci la nostra giusta libertà per prepararci all’avvenire commettendo anche degli errori di giovinezza.

Attraverso lo sport ho trovato un “rifugio” che mi conveniva a pennello.

Ottava puntata

Le prime trasferte sportive

TENNIS TAVOLO

Come poter dimenticare le prime trasferte della Polisportiva a Roma per giocare i primi campionati italiani di Tennis Tavolo dopo appena qualche mese della sua creazione?! Eravamo ospiti nella caserma militare chiamata la Cecchignola, dove l’accoglienza dei militari era semplicemente eccezionale e soprattutto si mangiava bene. Finalmente venne il grande momento che sognavamo e che era quello del confronto sportivo con altri disabili. Sentire il proprio nome per avvicinarsi al tavolo indicato, fare i primi scambi di riscaldamento, dritto prima e rovescio dopo, cominciare il match contando i primi punti e vivendo un momento di gioia immensa per il fatto d’essere lì in quel momento. È importante sapere che a seguito della visita medica sportiva fui classificato in cat.1B e in questa stessa categoria vinsi il mio primo campionato italiano (mi sembra nell’83) e altri in seguito. Generalmente per gli sportivi che non sono disabili le competizioni sono effettuate per fascia d’età; per noi disabili c’era (e c’é ancora) una commissione di medici che ci indicava, secondo le nostre capacità fisiche, la categoria (cat. 1 handicap importante in carrozzina; cat 5 handicap meno importante sempre in carrozzina). Vi assicuro che tornare a Parma con le medaglie (io ed altri) era un orgoglio soprattutto nel raccontare le esperienze vissute.

ATLETICA LEGGERA

Dopo la bella esperienza di trasferta a Roma con il tennis tavolo abbiamo voluto tentare quello che poteva essere impossibile per gli uni e una bella scommessa per altri: la grande trasferta per i campionati italiani d’atletica leggera a Bari. Parma / Bari, in distanza ci sono circa 1500 km (andata/ritorno), quindi bisognava organizzare la trasferta nei minimi particolari e in treno. Tra allenatori, dirigenti e atleti penso ch’eravamo più o meno una quindicina. Non so perché ma questa trasferta volevamo realizzarla tutti insieme ed i risultati sportivi ci dettero ragione. La preparazione sportiva è stata seguita con assiduità dagli sportivi. I contatti diretti con la Federazione Italiana Sport Handicappati (FISHA) e gli organizzatori a Bari ci hanno permesso di preparare la trasferta nei minimi particolari senza dimenticare il sostegno finanziario e morale da parte del Don Gnocchi di Parma. Oggi non ricordo certamente tutti i particolari della memorabile trasferta a Bari, ma come potere dimenticare che correvamo le distanze (100 – 200 – 400 e staffette) con le nostre carrozzine di tutti i giorni come facevano la più parte degli sportivi disabili ai campionati italiani! Chi mai poteva credere che la Polisportiva vincesse lo Scudetto di Squadra? Noi no sicuramente e gli atleti sperimentati di Roma ancora meno. Veramente una vittoria incredibile in quanto dopo il tennis tavolo avevamo portato a casa altri titoli in atletica e il segreto è stato la partecipazione degli atleti nelle diverse discipline guadagnando le prime posizioni sommando i punti per la vittoria finale. Se all’andata in treno per Bari eravamo calmi, nel ritorno a Parma abbiamo fatto che cantare, cantare e ancora cantare di gioia. L’accoglienza di tutti al Don Gnocchi è stata incredibile, indimenticabile per non dire unica. (Lo scudetto tricolore è stato vinto a Bareggio l’anno seguente, ndr)

 

RICORDI E SOUVENIRS CHE RESTERANNO VIVI PER SEMPRE

Non potrò mai dimenticare i bellissimi e intensi momenti passati con tutti gli amici e la direzione, le trasferte, le vittorie, i giornali a Parma che parlarono della Polisportiva. Come non potrò mai scordare i momenti passati ad allenarci, a discutere per organizzarci, gestire le sempre più domande di atleti che volevano partecipare alle trasferte, trovare delle nuove tute e borsoni, racchette, le prime carrozzine sportive. In questi brevi anni abbiamo saputo e potuto creare qualcosa d’impensabile, inimmaginabile, di magico e grandioso per noi senza renderci conto delle buone conseguenze sociali e sportive per il Centro e per la Città di Parma. Inutile dire che a 21 anni ero felice e contento di tutto ciò come se avessi, insieme ad altri compagni, compiuto un sogno e un giorno mi dissi (forse inconsciamente) «ora debbo lasciare il posto ad altri, in un certo senso il mio nome come responsabile non è scritto, quindi posso partire in ‘punta di ruote’». Infatti nel 1984, dopo quasi 22 anni passati nei Centri (sin dalla nascita con Torino – Salice Terme – Marina di Massa e Parma), decisi di lasciare, abbandonare la vita (magnifica) che vivevo in quanto ho avuto la voglia di scoprire e vivere la vita in famiglia con i miei fratelli e sorelle (11 in totale) per una nuova avventura senza sapere cosa aspettarmi. Sentii che il mio destino era altrove che a Parma e non mi sbagliai.

Nona puntata

 Cosa mi ha dato il don Gnocchi e perché partire da Parma

Cosa ricevetti in quegli anni e perché decisi di lasciare tutto nel momento più bello della mia giovinezza ? Con i miei 51 anni di oggi non saprei ancora dare una risposta precisa alla mia pazza decisione di perdere tutto ciò che avevo d’interessante davanti ai miei occhi. Vedrete poi più avanti leggendomi che con l’età altre pazzie ho commesso senza spiegazione alcuna, semplicemente seguendo l’istinto e la voglia di fare altre cose e conoscere altre persone. Parma per me era tutto ciò che avrei potuto desiderare e sperare in quel periodo: gli amici, il successo della Polisportiva interna ed esterna al Centro, la riconoscenza e la piena fiducia nelle iniziative; gli educatori, interni ed esterni, che mi hanno insegnato e preparato alla vera vita che poteva aspettarmi fuori da quel portone sempre aperto e alle volte chiuso come per proteggermi dall’esterno. In quegli anni passati al Don Gnocchi ho potuto apprezzare la vera importanza degli studi anche se in età un pochino avanzata. Senza alcun timore o vergogna posso dirvi che, in precedenza, non ho potuto fare un percorso scolastico ordinario come quelli della mia età, in quanto mi consacravano 85% del tempo a curare il mio handicap fisico e un po’ meno ad occupare il mio cervello. Quindi è stato all’età di 14 anni che ho dovuto mettermi seriamente a usare un po’ di più la materia grigia per recuperare il tempo perduto e ci riuscii in buona parte e soprattutto grazie alla tecnica e alla pazienza di una signora che veniva tutti i giorni nel Centro per aiutarci al doposcuola (Rosaria Dall’Argine, ndr). Risultato che non fui mai né rimandato né bocciato durante i miei 3 anni di scuola superiore come contabile. Come piccolo aneddoto mi ricordo un anno che passai un week end senza quasi chiudere occhio allo stesso tempo per studiare storia, geografia e seguire il Tennis quasi tutta la notte la Finale di Coppa Davis o Semifinale e Finali a New York alla Televisione; il lunedì ebbi l’interrogazione a scuola e riuscii con il voto 7/10 nelle 2 materie. Nel Centro imparai ad essere autonomo e indipendente economicamente e socialmente, prendere delle decisioni sapendo che ci sarebbe stato qualcuno ad aspettarmi e correggermi in caso d’errore un po’ come in una famiglia. Sì, ecco, il modo giusto è la FAMIGLIA con i miei «fratelli e sorelle» (gli amici per l’occasione) e i parenti (gli educatori laici sempre presenti): abbiamo fatto una parte del «cammino» di vita insieme. Ricordo perfettamente alla età di 14 anni (nel ’77) quando arrivammo al Don Gnocchi di Parma venendo da Marina di Massa, che ci riunirono nel cortile dove una persona (mi sembra Fratel Felice) ci parlò dicendoci: «A partire da questo momento ognuno di voi avrà il suo dentifricio e il suo spazzolino da denti. Sarete in camere con 2 o 3 persone (a Marina di Massa eravamo in 10 per camera). Siete liberi di entrare e uscire dal Centro ma a degli orari specifici. Alle h 22 al massimo ognuno nella sua camera… ». Ebbene, scoprii un mondo completamente diverso. Sembrerà strano a certi di voi, ma vi assicuro che mi sono adattato presto alle regole senza alcuna difficoltà. Una cosa importante da non dimenticare è che nel ’77 eravamo almeno 350 ragazzi/ragazze e che nell’84 eravamo rimasti più o meno una cinquantina. 7 anni passati lì furono intensi, istruttivi ecc… Noi, persone disabili, abbiamo vissuto, dopo il 1981, chi direttamente chi indirettamente, il pieno periodo della riforma passando dalla piena protezione all’interno di un centro al progetto d’integrazione sociale chiesto e ottenuto dalle associazioni. Lo slogan: CHIUDERE DEFINITIVAMENTE I CENTRI, MANDARE I DISABILI IN FAMIGLIA PER UNA COMPLETA INTEGRAZIONE SOCIALE. Il progetto delle associazioni di obbligare le famiglie a prendere in casa i disabili senza pensare alle conseguenze economiche e sociali fu un errore enorme e la storia lo ha dimostrato negli anni seguenti. Come scritto in precedenza, passai 3 anni ingessato (81/83) a seguito dell’intervento chirurgico alla schiena eseguito al Rizzoli di Bologna, per poi tornare a Parma per la rieducazione ed è stato in questi momenti particolari che ho potuto avere vicino, anche se non spesso, una persona che mi ha dato la voglia di lasciare tutto per andare a vivere in famiglia a Torino. Questa persona è semplicemente mio fratello (di sangue) che si chiama Ettore che mi è stato il più vicino possibile nei momenti (brevi ma intensi) difficili da passare essendo ingessato. Ebbene, non avevo mai veramente vissuto quotidianamente con i miei familiari, se non recandomi in famiglia una volta all’anno e per un mese solo a partire da un anno di età fino a18 anni quando il Centro chiudeva per «ferie», quindi ero pienamente cosciente che partendo mi avventuravo in qualche cosa di sconosciuto ai miei occhi e orecchie. Ricordo perfettamente il giorno che chiamai al telefono mia madre per annunciarle che avevo deciso di andare a vivere definitivamente a Torino in famiglia per stare un po’ di più con fratelli e sorelle e la sua reazione fu: «ah bon? d’accordo… ». Nonostante la sua reazione ero comunque deciso a partire e niente poteva fermarmi, a meno che… Ma fortunatamente il destino fece il suo corso. Nel corso degli anni spesso mi sono chiesto: chi sarei e cosa farei oggi a Parma se non avessi lasciato tutto? Sicuramente non ho la risposta in quanto resterà un mistero ed è il bello della vita di non sapere sempre le cose. Certo che i ricordi li porterò sempre con me, soffrendo in silenzio, ed ho imparato che una volta partito da un luogo non dovevo più tornare indietro e quelli che mi conoscono possono confermarlo. Infatti non sono una persona che riesce a vivere nella nostalgia in quanto, per aver vissuto la mia infanzia in un modo diverso dall’ordinario (e non penso di essere stato il solo in quegli anni), ho imparato a dovermi impedire di soffrire moralmente (un vero iceberg) e non essere troppo sentimentale creandomi un «muro» insormontabile che mi ha accompagnato lungo la mia esistenza; evidentemente questo atteggiamento ha creato in me dei problemi nel seguito e, purtroppo, facendo soffrire chi mi è stato accanto. Per concludere questa parte con la Polisportiva non posso che felicitarmi con tutti voi che, malgrado le difficoltà, avete potuto con coraggio, convinzione e forza di carattere continuare il cammino sportivo; senza dimenticare, dalla mia parte, un ricordo speciale a tutti quelli che mi hanno dato la loro amicizia, fiducia e forza d’agire in quei momenti INDIMENTICABILI. Non pensate che tutto sia stato rose e fiori della mia vita passata nel Centro, assolutamente no, in quanto siamo passati dalle grandi amicizie ai grandi litigi, incomprensioni, passando per delle gelosie che oggi consideriamo stupide ma che erano inevitabili in quel momento. Come è inutile parlarvi del mio «brutto» o «bello» carattere, secondo i punti di vista, facendomi rispettare e rispettando comunque gli altri. Tutto ciò si chiama semplicemente: VITA PER IMPARARE A VIVERE… Spero che un semplice GRAZIE ai Fratelli Antonio e Felice possa esservi sufficiente anche se vi debbo molto di più, credetemi …